Spazio di dialogo sui “temi caldi” del mondo della scuola
Accesso o Registrati per creare messaggi e topic.
ALUNNI STRANIERI -NON PARLANTI ITALIANO- NELLE CLASS
wp_3666190@wp_3666190
3 messaggi
#1 · 10 Ottobre 2026, 19:05
Cita da wp_3666190 su 10 Ottobre 2026, 19:05Il governo ha introdotto per decreto legge un tetto alla presenza di studenti stranieri per classe, una misura che, secondo diversi studi, coinvolgerebbe una quota limitata di istituti concentrati soprattutto nel Centro-Nord.
La reale praticabilità di questa disposizione appare tuttavia complessa, anche alla luce delle normative già esistenti. Indicazioni in materia — come le circolari dei primi anni '90 dell'allora Ministro Mattarella o quelle del Ministro Gelmini nel 2010 — e il buon senso nella composizione delle classi sono prassi consolidate nella generalità delle scuole da anni. Gli istituti lavorano quotidianamente con dedizione alla gestione dei gruppi classe, attuando in corso d'anno iniziative di rinforzo per la lingua italiana, spesso affidandosi unicamente alle risorse interne disponibili.
Le province italiane con una percentuale più alta di alunni stranieri si confermano concentrate nel Centro-Nord: territori come Prato, Piacenza, Parma e Gorizia risultano i più esposti all'impatto di una nuova soglia. Va tuttavia ricordato che circa due terzi degli studenti stranieri presenti nelle scuole italiane sono nati nel nostro Paese e possiedono, nella gran parte dei casi, una buona padronanza della lingua. Solo una quota minoritaria è rappresentata da arrivi recenti (immigrati di prima generazione), con un percorso di apprendimento dell'italiano potenzialmente più complesso, una concentrazione che si registra soprattutto nella scuola primaria.
La questione linguistica è reale. Precedenti provvedimenti o indicazioni ministeriali, di fatto, non hanno fornito grandi strumenti strutturali alla scuola e ai docenti. Tanto lavoro è stato comunque compiuto sul campo grazie alla buona volontà degli insegnanti e a un aiuto arrivato negli ultimi anni per lo più da finanziamenti estemporanei legati a PON e PNRR. Si auspica fortemente, per il futuro, una vera messa a sistema e un incremento stabile dei fondi dedicati all'alfabetizzazione.
Le principali perplessità suscitate da questa iniziativa riguardano i tempi e le modalità della comunicazione istituzionale. Da un lato, alcuni osservatori leggono il provvedimento nel contesto del dibattito politico in corso; dall'altro, l'urgenza di un decreto che ricalca in gran parte norme preesistenti solleva interrogativi sulla sua effettiva incisività. Come ammoniva un santo ed educatore torinese, bisognerebbe "fare bene il bene": a prescindere dalle intenzioni, il risultato comunicativo appare divisivo e rischia di alimentare percezioni di ghettizzazione, pur a fronte dei successivi chiarimenti e correttivi introdotti dal Ministero e delle indicazioni istituzionali provenienti dal Quirinale.
L'impressione prevalente tra gli operatori scolastici è che si sia generato un forte impatto mediatico a fronte di risultati pratici potenzialmente limitati. Le scuole continueranno a reggersi sul buon senso del personale, difficilmente si assisterà a trasferimenti di massa di alunni tra istituti, e permangono dubbi sullo stanziamento di fondi adeguati per una reale alfabetizzazione su larga scala, così come sulla fattibilità di sanzioni pecuniarie alle famiglie.
Del resto, se la scuola non naviga in buone acque a causa di anni di trascuratezza e disimpegno economico della politica, una parte di responsabilità va attribuita anche al mondo della scuola stesso: insegnanti e sindacati, spesso chiusi in una logica di rifiuto o non partecipando attivamente alle consultazioni (si pensi alla stagione de "La Buona Scuola" nel 2014), non sempre hanno creduto nella possibilità di un dialogo vero e costruttivo. L'estremizzazione delle posizioni di parte, d'altronde, non fa bene a nessuno.
Di fronte a ogni nuovo intervento normativo, gli insegnanti auspicano di non essere lasciati soli a fronteggiare la cronica carenza di risorse. Resta da capire se su tutte le emergenze della scuola sia o meno opportuno intervenire con decreti d'urgenza o se non fosse maggiormente produttivo un reale coinvolgimento delle aule per dipanare con cautela il groviglio delle trame in essere. Una via più credibile e percorribile avrebbe forse richiesto di partire dai problemi reali — a cominciare dalla lingua e dalla stabilizzazione dei fondi — per potenziare e facilitare l'attuazione dei patti di comunità, l'unica vera chiave per un'alfabetizzazione pienamente inclusiva.
Il governo ha introdotto per decreto legge un tetto alla presenza di studenti stranieri per classe, una misura che, secondo diversi studi, coinvolgerebbe una quota limitata di istituti concentrati soprattutto nel Centro-Nord.
La reale praticabilità di questa disposizione appare tuttavia complessa, anche alla luce delle normative già esistenti. Indicazioni in materia — come le circolari dei primi anni '90 dell'allora Ministro Mattarella o quelle del Ministro Gelmini nel 2010 — e il buon senso nella composizione delle classi sono prassi consolidate nella generalità delle scuole da anni. Gli istituti lavorano quotidianamente con dedizione alla gestione dei gruppi classe, attuando in corso d'anno iniziative di rinforzo per la lingua italiana, spesso affidandosi unicamente alle risorse interne disponibili.
Le province italiane con una percentuale più alta di alunni stranieri si confermano concentrate nel Centro-Nord: territori come Prato, Piacenza, Parma e Gorizia risultano i più esposti all'impatto di una nuova soglia. Va tuttavia ricordato che circa due terzi degli studenti stranieri presenti nelle scuole italiane sono nati nel nostro Paese e possiedono, nella gran parte dei casi, una buona padronanza della lingua. Solo una quota minoritaria è rappresentata da arrivi recenti (immigrati di prima generazione), con un percorso di apprendimento dell'italiano potenzialmente più complesso, una concentrazione che si registra soprattutto nella scuola primaria.
La questione linguistica è reale. Precedenti provvedimenti o indicazioni ministeriali, di fatto, non hanno fornito grandi strumenti strutturali alla scuola e ai docenti. Tanto lavoro è stato comunque compiuto sul campo grazie alla buona volontà degli insegnanti e a un aiuto arrivato negli ultimi anni per lo più da finanziamenti estemporanei legati a PON e PNRR. Si auspica fortemente, per il futuro, una vera messa a sistema e un incremento stabile dei fondi dedicati all'alfabetizzazione.
Le principali perplessità suscitate da questa iniziativa riguardano i tempi e le modalità della comunicazione istituzionale. Da un lato, alcuni osservatori leggono il provvedimento nel contesto del dibattito politico in corso; dall'altro, l'urgenza di un decreto che ricalca in gran parte norme preesistenti solleva interrogativi sulla sua effettiva incisività. Come ammoniva un santo ed educatore torinese, bisognerebbe "fare bene il bene": a prescindere dalle intenzioni, il risultato comunicativo appare divisivo e rischia di alimentare percezioni di ghettizzazione, pur a fronte dei successivi chiarimenti e correttivi introdotti dal Ministero e delle indicazioni istituzionali provenienti dal Quirinale.
L'impressione prevalente tra gli operatori scolastici è che si sia generato un forte impatto mediatico a fronte di risultati pratici potenzialmente limitati. Le scuole continueranno a reggersi sul buon senso del personale, difficilmente si assisterà a trasferimenti di massa di alunni tra istituti, e permangono dubbi sullo stanziamento di fondi adeguati per una reale alfabetizzazione su larga scala, così come sulla fattibilità di sanzioni pecuniarie alle famiglie.
Del resto, se la scuola non naviga in buone acque a causa di anni di trascuratezza e disimpegno economico della politica, una parte di responsabilità va attribuita anche al mondo della scuola stesso: insegnanti e sindacati, spesso chiusi in una logica di rifiuto o non partecipando attivamente alle consultazioni (si pensi alla stagione de "La Buona Scuola" nel 2014), non sempre hanno creduto nella possibilità di un dialogo vero e costruttivo. L'estremizzazione delle posizioni di parte, d'altronde, non fa bene a nessuno.
Di fronte a ogni nuovo intervento normativo, gli insegnanti auspicano di non essere lasciati soli a fronteggiare la cronica carenza di risorse. Resta da capire se su tutte le emergenze della scuola sia o meno opportuno intervenire con decreti d'urgenza o se non fosse maggiormente produttivo un reale coinvolgimento delle aule per dipanare con cautela il groviglio delle trame in essere. Una via più credibile e percorribile avrebbe forse richiesto di partire dai problemi reali — a cominciare dalla lingua e dalla stabilizzazione dei fondi — per potenziare e facilitare l'attuazione dei patti di comunità, l'unica vera chiave per un'alfabetizzazione pienamente inclusiva.
La reale praticabilità di questa disposizione appare tuttavia complessa, anche alla luce delle normative già esistenti. Indicazioni in materia — come le circolari dei primi anni '90 dell'allora Ministro Mattarella o quelle del Ministro Gelmini nel 2010 — e il buon senso nella composizione delle classi sono prassi consolidate nella generalità delle scuole da anni. Gli istituti lavorano quotidianamente con dedizione alla gestione dei gruppi classe, attuando in corso d'anno iniziative di rinforzo per la lingua italiana, spesso affidandosi unicamente alle risorse interne disponibili.
Le province italiane con una percentuale più alta di alunni stranieri si confermano concentrate nel Centro-Nord: territori come Prato, Piacenza, Parma e Gorizia risultano i più esposti all'impatto di una nuova soglia. Va tuttavia ricordato che circa due terzi degli studenti stranieri presenti nelle scuole italiane sono nati nel nostro Paese e possiedono, nella gran parte dei casi, una buona padronanza della lingua. Solo una quota minoritaria è rappresentata da arrivi recenti (immigrati di prima generazione), con un percorso di apprendimento dell'italiano potenzialmente più complesso, una concentrazione che si registra soprattutto nella scuola primaria.
La questione linguistica è reale. Precedenti provvedimenti o indicazioni ministeriali, di fatto, non hanno fornito grandi strumenti strutturali alla scuola e ai docenti. Tanto lavoro è stato comunque compiuto sul campo grazie alla buona volontà degli insegnanti e a un aiuto arrivato negli ultimi anni per lo più da finanziamenti estemporanei legati a PON e PNRR. Si auspica fortemente, per il futuro, una vera messa a sistema e un incremento stabile dei fondi dedicati all'alfabetizzazione.
Le principali perplessità suscitate da questa iniziativa riguardano i tempi e le modalità della comunicazione istituzionale. Da un lato, alcuni osservatori leggono il provvedimento nel contesto del dibattito politico in corso; dall'altro, l'urgenza di un decreto che ricalca in gran parte norme preesistenti solleva interrogativi sulla sua effettiva incisività. Come ammoniva un santo ed educatore torinese, bisognerebbe "fare bene il bene": a prescindere dalle intenzioni, il risultato comunicativo appare divisivo e rischia di alimentare percezioni di ghettizzazione, pur a fronte dei successivi chiarimenti e correttivi introdotti dal Ministero e delle indicazioni istituzionali provenienti dal Quirinale.
L'impressione prevalente tra gli operatori scolastici è che si sia generato un forte impatto mediatico a fronte di risultati pratici potenzialmente limitati. Le scuole continueranno a reggersi sul buon senso del personale, difficilmente si assisterà a trasferimenti di massa di alunni tra istituti, e permangono dubbi sullo stanziamento di fondi adeguati per una reale alfabetizzazione su larga scala, così come sulla fattibilità di sanzioni pecuniarie alle famiglie.
Del resto, se la scuola non naviga in buone acque a causa di anni di trascuratezza e disimpegno economico della politica, una parte di responsabilità va attribuita anche al mondo della scuola stesso: insegnanti e sindacati, spesso chiusi in una logica di rifiuto o non partecipando attivamente alle consultazioni (si pensi alla stagione de "La Buona Scuola" nel 2014), non sempre hanno creduto nella possibilità di un dialogo vero e costruttivo. L'estremizzazione delle posizioni di parte, d'altronde, non fa bene a nessuno.
Di fronte a ogni nuovo intervento normativo, gli insegnanti auspicano di non essere lasciati soli a fronteggiare la cronica carenza di risorse. Resta da capire se su tutte le emergenze della scuola sia o meno opportuno intervenire con decreti d'urgenza o se non fosse maggiormente produttivo un reale coinvolgimento delle aule per dipanare con cautela il groviglio delle trame in essere. Una via più credibile e percorribile avrebbe forse richiesto di partire dai problemi reali — a cominciare dalla lingua e dalla stabilizzazione dei fondi — per potenziare e facilitare l'attuazione dei patti di comunità, l'unica vera chiave per un'alfabetizzazione pienamente inclusiva.
Fai clic per pollice in basso.0Fai clic per pollice in alto.0

Sosteniamo il progetto scolastico dell’Istituto Comprensivo di Marostica e del modello inclusivo che ne è al fondamento promuovendo l’integrazione culturale e il buon senso nell’edificazione di una comunità coesa.
Esprimiamo solidarietà alla Dirigente e alle docenti direttamente coinvolte nella vicenda relativa alla visita alla “Piazza del Mondo” di Trieste da parte di una scolaresca.
Con la certezza che l’istituto abbia agito in modo professionale e conforme alle norme per formare i giovani a una società più equa, inclusiva e orientata alla pace, accogliamo positivamente il pluralismo delle idee.
Speriamo che il confronto generi un dialogo costruttivo e lungimirante, lontano da logiche di pura propaganda

